«Antonia Pavlovna, cosa ti dà il diritto di decidere chi vive nel mio appartamento?» chiese la nuora sorpresa.

ПОЛИТИКА

«Non cosa, ma chi!» la corresse leggermente la suocera. «È mio figlio minore, tuo cognato. Starà da voi finché non trova lavoro.»
«Cosa?!» urlò quasi Vera. «Antonia Pavlovna, sei impazzita?»
Vera fu svegliata di soprassalto da un forte colpo di porta. Domenica, l’unico giorno in cui poteva rilassarsi. Ma per Antonia Pavlovna era solo un’altra scusa per rallegrare la loro vita con la sua presenza.
«Alyoshenka!» si udì la voce forte dall’altra parte della porta. «Sei a casa?»
Vera si strofinò gli occhi e sospirò mentre si alzava dal letto. Alexey era partito ieri per un viaggio di lavoro, ma alla suocera non importava. Lei si era presentata, come sempre, senza invito.
“Buongiorno, Antonia Pavlovna,” disse Vera educatamente, indossando la vestaglia ed entrando nel corridoio.
“Ah, nuora,” la suocera la guardò con chiara disapprovazione. “Di nuovo a dormire? E chi ti preparerà la colazione?”
“Stavo giusto per mangiare uno yogurt…”
“Yogurt?” Antonina Pavlovna sbuffò, come se fosse qualcosa di indegno. “Ai miei tempi, le mogli decenti cucinavano davvero. Tu nemmeno ci provi. E poi, hai fatto questo solo per me?”
Vera digrignò i denti e rimase in silenzio. Solo un anno fa pensava che tutto ciò fosse solo temporaneo. Ma col passare del tempo, sua suocera non cambiava mai.
“Forse un po’ di tè?” suggerì Vera, sforzandosi di restare gentile.
“Tè?” Antonina Pavlovna entrò in cucina, spalancando i pensili come se fosse casa sua. “Niente polpette? Nemmeno un po’ di uova? Com’è possibile?”
“No,” rispose secca Vera. “Oggi non avevo intenzione di cucinare.”
“Ecco perché Alyosha è così magro!” sua suocera scosse la testa e alzò gli occhi al cielo. “Davvero non ti importa niente di tuo marito.”
Vera mise silenziosamente le tazze sul tavolo. Aveva imparato a non rispondere. Dopo un anno, conversazioni del genere erano ormai parte della sua vita quotidiana. Ogni volta la sua pazienza era messa a dura prova, ma riusciva a trattenersi.

 

“A proposito,” Antonina Pavlovna si sedette a tavola, “avrei bisogno di soldi.”
Vera si bloccò, la teiera in mano:
“Ancora?”
“Cosa vuol dire, ‘ancora’?” la suocera si aggrottò, come se fosse offesa. “Non ho forse il diritto di chiedere aiuto alla mia famiglia?”
“Antonina Pavlovna, hai chiesto soldi la settimana scorsa, quella prima e un mese fa…”
“E allora?” sua suocera alzò la voce. “Sono una pensionata, per tua informazione! I prezzi continuano a salire! Cosa dovrei fare?”
Vera posò la teiera sul tavolo, cercando di restare calma:
“Anche noi non siamo milionari, Aleksey e io. Abbiamo un mutuo, un prestito per la macchina…”
“Allora dovrei vivere in povertà?” Antonina Pavlovna alzò teatralmente le mani. “Mentre voi due ve la spassate!”
“Non ce la spassiamo,” Vera cercò comunque di parlare con calma. “Lavoriamo. Dobbiamo fare attenzione alle spese.”
“Ah, il bilancio!” Antonina Pavlovna derise. “Quindi la madre del marito non rientra nei vostri piani? Ho cresciuto Alyosha da sola, lo sai! E voi vi sedete qui… Non hai idea di quanto mi sia costato!”
“Meraviglioso,” Vera versò il tè, cercando di non mostrare il suo nervosismo. “Ma non significa che ora dobbiamo mantenerti.”
Antonina Pavlovna allontanò la tazza, guardando distante:
“Quindi è così? Ora sono solo un peso per voi?”
“Non l’ho mai detto.”
“No, è proprio quello che intendevi!” la suocera si alzò dal tavolo, il viso che si arrossava dalla rabbia. “Ti ho accettata in famiglia, e tu…”
“Non mi hai accettata,” Vera non riuscì più a trattenersi. “Aleksey mi ha scelta.”
“Ah, davvero!” la suocera era furiosa. “Allora ascolta: mi servono trentamila per un frigorifero nuovo!”
“Cosa?” Vera non poteva credere alle sue orecchie. “Hai già un frigorifero funzionante!”
“È vecchio! È piccolo!” Antonina Pavlovna batté il piede. “Voglio uno nuovo, grande, moderno! Mi serve solo il tuo aiuto!”
“Antonina Pavlovna,” Vera fece un respiro profondo, “non abbiamo quei soldi.”

 

“Menti!” sua suocera sbatté la mano sul tavolo. “Ho visto quanti soldi ci sono sul tuo conto! È una fortuna!”
Vera si bloccò; fu come se qualcuno le avesse versato addosso un secchio d’acqua fredda.
“Hai frugato tra le mie cose?” la sua voce tremava, ma riuscì a restare forte.
Antonina Pavlovna non riusciva a sostenere lo sguardo di Vera e abbassò subito gli occhi. “Ho visto la ricevuta per caso! La settimana scorsa, mentre pulivo.” E basta, finito. Nemmeno lei credeva alle sue parole.
“Sei venuta qui quando non eravamo a casa?” Vera strinse i pugni così forte che le nocche diventarono bianche. “Come sei entrata nel nostro appartamento?”
“Ho le chiavi!” disse orgogliosa la suocera, sollevando il mento. “Sono la madre di Alyosha, ne ho tutto il diritto!”
Vera toccò il muro, cercando di non crollare per la rabbia che ribolliva dentro di lei. Tutto intorno a lei sembrava sparire. C’erano solo lei, le pareti, il frigorifero e quelle maledette chiavi.
“Non hai il diritto di irrompere nel nostro appartamento e frugare tra le nostre cose,” riuscì a dire.
“Non sto irrompendo!” Antonina Pavlovna esplose. “Mi sto occupando di voi! E tu… sei egoista! Stai risparmiando soldi per qualcosa, qualcosa che non voglio nemmeno immaginare!”
“Per cosa sto risparmiando non sono affari tuoi,” ribatté Vera, sentendo un nodo salire in gola. “E ridammi le chiavi.”
Antonina Pavlovna si strinse il petto, come se il dolore per l’offesa potesse fermarle il cuore proprio lì.
“Oddio! Così senza cuore! Così ingrata! Alyoshka lo saprà, saprà tutto!”
“Lo saprà sicuramente,” rispose Vera a denti stretti. “Delle chiavi e di come hai frugato tra le nostre cose.”
“Ah sì?” sua suocera strizzò gli occhi, lo sguardo tagliente come un gatto pronto a saltare. “Allora gli dirò anch’io qualcosa d’interessante…”
Ma prima che Vera potesse dire qualcosa, la porta si aprì di nuovo e un giovane con uno zaino inciampò nell’ingresso. Bastava guardargli la faccia per capire che da lui non ci si poteva aspettare nulla di buono o positivo.
“Goshenka!” Antonina Pavlovna si illuminò. “Sono così felice che tu sia venuto!”
Vera rimase pietrificata, incapace di credere ai propri occhi. Gosha, il fratello minore di Alexey, era sempre quello che ‘aspettava’, ‘sperava’, e ‘magari più tardi’. Ma non aveva mai lavorato un giorno in vita sua.
“Che cos’è questo?” Vera riusciva a malapena a trattenere il panico, indicando lo zaino che Gosha aveva appena buttato per terra.
“Non cosa, chi!” la suocera la corresse come se niente fosse. “Questo è mio figlio minore, tuo cognato. Starà con voi finché non troverà lavoro.”
“Cosa?!” Vera quasi urlò. “Antonina Pavlovna, sei impazzita?”
“Perché mai dovrei?” la suocera sollevò il mento, come offesa. “Gosha ha bisogno di aiuto, e voi siete famiglia!”
Intanto, Gosha si era già intrufolato in salotto e, senza la minima esitazione, si era lasciato cadere sul divano.
“Dormirò qui. A proposito, il tuo frigorifero è pieno?”
Vera strinse i denti, quasi rischiando di romperli per la tensione.
“Nessuno dormirà qui! Questo è il nostro appartamento, non un ostello!”
“Sei proprio cattiva,” Gosha sogghignò, fissandola in viso. “Dirò a mio fratello che mi hai cacciato.”
“Fallo pure,” il sorriso di Vera si contorse. “E assicurati di dirgli anche che un anno fa gli hai chiesto dei soldi in prestito e non glieli hai mai restituiti.”
Antonina Pavlovna alzò le mani con disperazione:
“Per l’amor del cielo, che razza di persona sei! Non vuoi nemmeno aiutare il fratello di tuo marito!”
“No, non voglio,” Vera guardò la suocera dritto negli occhi. “Gosha ha ventisette anni. È ora che si prenda la responsabilità della propria vita.”
“Hai sentito come parla di te?” Antonina Pavlovna si rivolse al figlio con uno sguardo come se avesse appena scoperto che era un criminale. “Si è montata troppo la testa! Solo perché lavora in banca, pensa di poterci guardare dall’alto in basso!”
Vera si alzò, tirò fuori il telefono, il volto freddo e inespressivo.
“Sto chiamando Alexey adesso.”
“Vai pure, chiamalo,” sbuffò la suocera. “Credi davvero che mio figlio sceglierebbe te invece di sua madre?”
Alexey rispose dopo il terzo squillo. La sua voce era così calma che sembrava fosse appena tornato da una rilassante battuta di pesca, non da un luogo pieno di tensione.
“Sì, cara?”
“Lyosha, tua madre è qui con Gosha…” iniziò a dire Vera.
“Ah, sono già arrivati?” la interruppe Alexey, come se tutto questo fosse una normale routine quotidiana. “Mamma mi ha chiamato, mi ha detto che Gosha ha bisogno di un posto dove stare. Ho detto di farlo restare con noi finché non si rimette in piedi.”

 

Vera si sentì come se la terra le stesse mancando sotto i piedi. Tutta la sicurezza, tutto l’orgoglio silenzioso che portava dentro di sé si dissolsero improvvisamente come nebbia. Non poteva crederci.
“Tu… hai acconsentito? Senza nemmeno chiedermelo?” La sua voce tremava, anche se cercava con tutte le forze di restare composta.
“Beh, che problema c’è?” Alexey sembrava sinceramente sorpreso. Parlava con la tranquillità di chi discute del tempo. “Sono la mia famiglia.”
“E io? Non sono forse famiglia?” Vera sobbalzò, quasi senza credere alle proprie parole.
“Veronka, non fare una tragedia. È solo temporaneo,” la voce di Alexey aveva quel tono rassicurante che lei detestava—quello che usava sempre quando voleva evitare di affrontare il vero problema.
“Temporaneo? Come i soldi che ha preso in prestito un anno fa?” A Vera sfuggì quasi un sorriso di scherno.
“Hai visto!” la suocera non ne poteva più, afferrando il telefono dalle mani di Alexey. “Alyosha, ascolta cosa dice tua moglie! Sta criticando tuo fratello! E ora vuole buttare fuori anche me!”
“Mamma, ridammi il telefono,” la voce di Alexey era esausta, come quella di chi ha perso da tempo la speranza. “Vera, perché ti comporti così? Mamma ha ragione—la famiglia dovrebbe sostenersi a vicenda.”
“Famiglia, sì,” Vera era quasi senza fiato per la tensione. “Ma non quando quel cosiddetto aiuto si trasforma in scroccare.”
“Cosa?!” Sua suocera urlò così forte che sembrava che qualcuno le avesse buttato una cacca di cane nel piatto. “Ci hai appena chiamato parassiti?!”
“E cos’altro chiameresti quello che state facendo?” Vera non riuscì più a trattenersi. Tutta la rabbia nascosta e repressa dentro di lei finalmente esplose. “Entrate senza chiedere, rovistate tra le nostre cose, chiedete soldi! E ora avete coinvolto anche Gosha!”
“Alyosha!” Sua suocera strillò così acutamente che la voce sembrava sul punto di spezzarsi. “Hai sentito questo? Ci odia! Sta distruggendo la nostra famiglia!”
“Vera, basta così,” la voce di Alexey, severa ma stanca, colpì come uno schiaffo. “Mamma, calmati. Gosha resta con noi, fine della discussione.”
“Sai una cosa?” disse Vera, a bassa voce ma con fermezza. “Di questo si può parlare. Perché ci vivo anch’io. E non voglio mantenere un uomo adulto e sano che si rifiuta di lavorare.”
“Se non vuoi aiutare la famiglia,” intervenne all’improvviso Antonina Pavlovna, “allora perché hai sposato un uomo con una famiglia numerosa?”
Quelle parole furono la goccia che fece traboccare il vaso. Vera si voltò verso la suocera con uno sguardo così feroce che Antonina Pavlovna sembrò quasi fare un passo indietro.
“Ho sposato Alexey, non tutta la tua famiglia!” La sua voce risuonò con determinazione, dura come un martello su un’incudine. “E sai una cosa? Ne ho abbastanza! Basta con le tue manipolazioni, le tue pretese, la tua costante interferenza nella nostra vita!”

 

“Come osi?” arrivò la voce indignata di Alexey al telefono. “Vera, chiedi subito scusa a mia madre!”
“No, Lyosha,” scosse la testa Vera, anche se lui non poteva vederla. “Niente più scuse. Me ne vado.”
“Dove pensi di andare?” Antonina Pavlovna urlò così forte che alle orecchie di Vera quasi venne male.
“Non va da nessuna parte,” intervenne Gosha dal divano come se fosse il vero padrone di casa. “Questo è l’appartamento di Lyokha.”
“Questo è il nostro appartamento,” ribatté Vera, guardandolo con tale disprezzo che lui sembrò persino rimpicciolirsi. “E sapete una cosa? Siete voi che ve ne andate. Tutti e tre.”
Vera si mosse con sicurezza, quasi sentendo che tutto stava per decidersi in quel momento. Andò verso la camera da letto e aprì l’armadio. Le mani le tremavano leggermente, come se fossero pronte a risolvere tutto una volta per tutte, ma sapeva che non si poteva più tornare indietro. Era più di una semplice decisione: era la linea finale. Iniziò a buttare le cose di Alexey nella valigia senza un briciolo di sentimento.
“Verocika,” come sempre, Antonina Pavlovna cercò di interferire, superando ogni limite. “Cosa stai facendo? Pensaci bene!” La sua voce suonava isterica, come se ancora non riuscisse a credere che stesse succedendo davvero.
“Ho preso una decisione,” continuò Vera a fare le valigie. Non sentiva né vedeva nessun altro. “Mi hai trasformato la vita in un incubo. Lamentele continue, richieste di soldi, rimproveri senza fine…” Ogni parola era come un macigno che le cadeva dall’anima.

 

“Lyosha!” urlò Antonina Pavlovna nel telefono senza tentare di nascondere il panico. “Vieni subito! Tua moglie ha perso la testa!”
“Sto arrivando,” rispose Alexey, la voce calma, come chi spera ancora che tutto si possa sistemare. “Vera, non ti azzardare nemmeno a pensare di andartene!”
Ma Vera non ascoltava più. Da giorni non riusciva più ad ascoltarlo. Appena terminato di mettere via le sue cose, si rivolse a Gosha, che se ne stava spaparanzato sul divano come se niente stesse accadendo.
“E ora tu. Prendi lo zaino ed esci,” disse, la voce fredda come il ghiaccio.
“Io non vado da nessuna parte,” Gosha non si mosse nemmeno, sdraiandosi ancora di più. “Mio fratello ha detto che potevo restare.”
“Fuori!” Vera afferrò il suo zaino e lo lanciò verso la porta senza alcuna cerimonia. “Oppure chiamo la polizia.”
Due ore dopo, Alexey fece irruzione nell’appartamento, piombando dentro come un turbine in un mondo già in frantumi.
“Cosa sta succedendo qui?” I suoi occhi correvano per la stanza cercando qualcuno da incolpare.
“Tua moglie ci sta cacciando di casa!” gridò Antonina Pavlovna, puntando un dito contro Vera. Sembrava che l’appartamento fosse suo e non di Vera. “Tua madre e tuo fratello!”
“Vera, sei impazzita?” Alexey si avvicinò alla moglie, il volto pieno di confusione. “Come puoi fare questo alla mia famiglia?”
“E tu come hai potuto farlo a me?” rispose Vera, la voce calma ma ogni parola intrisa di dolore. “Lasciare che tua madre rovistasse tra le mie cose? Far vivere qui tuo fratello senza chiedere il mio permesso?”
“Questa è la mia famiglia!” La voce di Alexey si fece forte di rabbia. “E non ti permetterò…”
“Appunto,” lo interruppe Vera. “La tua famiglia. E io cosa sono per te?”

 

Alexey rimase in silenzio, senza parole. Lei l’aveva lasciato senza risposta. Proprio come lui aveva fatto con lei in passato.
“Ecco la tua risposta,” disse Vera calma, indicando le valigie pronte. “Prendi le tue cose e andatevene. Tutti.”
“Ma questo è il mio appartamento!” esclamò Alexey, come se le sue parole fossero il più grande insulto.
“Nostro,” lo corresse Vera senza nemmeno guardarlo. “E ho tutto il diritto di decidere chi può viverci.”
“Ingrata!” urlò Antonina Pavlovna, come se il cuore dovesse spezzarsi.
“Avete tentato di trasformarmi in un bancomat e in una domestica. Ma ora basta.” Vera spalancò la porta d’ingresso, come se stesse entrando in un nuovo mondo in cui non c’era più posto per loro.
Antonina Pavlovna, Gosha e Alexey rimasero nel corridoio, immobili, increduli davanti a ciò che vedevano. Vera portava fuori le loro cose con metodo: ogni scatola, ogni borsa. E ad ogni viaggio, mentre trascinava via le loro cose, Vera sentiva di diventare libera.
“Vera, parliamone,” Alexey cercò di convincerla, la voce ormai bassa e incerta. “Non puoi essere seria?”
“Sono seria,” disse Vera guardandolo negli occhi, il suo sguardo racchiudeva tutta la forza—e tutto il dolore—che aveva portato per così tanto tempo. “Non posso e non voglio più vivere così. Tu hai fatto la tua scelta—la tua famiglia è più importante di me. Beh, anche io ho fatto la mia scelta.”

 

Quando la porta sbatté, Vera si appoggiò con la schiena contro di essa. Dentro, c’era il vuoto. Ma quel vuoto non la spaventava. Portava sollievo—strano e, allo stesso tempo, così desiderato.
Passò una settimana. Vera aveva già cambiato le serrature e chiesto il divorzio. Alexey chiamava ogni giorno—minacciando, implorando, promettendo di tornare. Antonina Pavlovna inviava messaggi arrabbiati. Gosha raccontava a tutti quanto Vera fosse crudele, come si rifiutasse di dare loro una seconda possibilità.
Ma Vera si sentiva libera. Per la prima volta da tanto tempo, poteva dormire fino a tardi nei fine settimana senza temere una visita inaspettata della suocera. Poteva spendere i suoi soldi come voleva, senza preoccuparsi di altre richieste. Poteva semplicemente vivere.
“Sai,” disse Vera alla sua amica con un sorriso leggero, “solo ora mi rendo conto di quanto fossi stanca di tutto questo. La pressione costante, il dover sempre accontentare tutti.”
“E Alexey?” chiedeva l’amica, ancora un po’ incredula.
“Lo amavo,” annuì Vera. “Ma ora amo più me stessa. E non sprecherò la mia vita per qualcuno che non mi rispetta.”
Passò un mese. Il divorzio fu definitivo. Vera ottenne l’appartamento, mentre Alexey, a quanto pareva, accettò tutto, prese il denaro dell’accordo e se ne andò con l’auto. Per la prima volta da tanto tempo, Vera iniziò a vivere davvero come voleva. Rinnovò l’arredamento dell’appartamento, dedicò più tempo a sé stessa e, soprattutto, capì che la felicità non consiste nell’accontentare tutti. La felicità consiste nell’essere fedele a sé stessi e ai propri valori. Nessun legame familiare vale il tradimento di sé stessi.
Fine.