La sua stessa carne e sangue la guardava come una macchia di sporco su un parquet tirato a lucido. Il cameriere mi scagliò il menù: «Qui è caro, nonnina!». Mi tolsi gli occhiali scuri e lui lasciò cadere il vassoio: era mio nipote… e io avevo comprato quel ristorante.
Un vento freddo e tagliente le scivolò sulle caviglie non appena la pesante porta di quercia si socchiuse. Elena Petrovna varcò la soglia e il rumore della strada fu subito inghiottito da un silenzio rimbombante, quasi da tempio, tipico di un locale costoso. Aveva scelto di proposito quel cappotto: vecchio, color topo, comprato ai tempi […]
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